20 Maggio 2010:
UN CONVEGNO sul TEMA:
“La spiritualità celestiniana e l'eredità d'Occidente
e d'Oriente”
Grande
interesse ha suscitato l’incontro di Isernia del 20 maggio
scorso nell’Aula Magna dell’Università, previsto nell’ambito di un ciclo
di conferenze dedicate all’approfondimento della figura di Celestino
V, organizzate nell’Anno Giubilare Celestiniano 2009-2010.
Dopo i saluti del Vescovo di Isernia-Venafro, Mons. Salvatore
Visco sono intervenuti: Mariano Dell'Omo, osb
(Abbazia di Montecassino) sul tema ”Montecassino
e Celestino V: un solo carisma, due diverse prospettive monastiche”.
Carmelo Pagano Le Rose (Istituto Superiore Scienze
Religiose, L'Aquila) che ha relazionato sul tema “La
vita ascetica di Celestino V: note teologiche”, un
interessante viaggio negli scritti riguardanti San Pietro Celestino affascinandoci
soprattutto sul tema della riflessione e della preghiera. Il prof.
Onorato Bucci, sul tema “La
Cristianità orientale come alternativa per Pietro del Morrone alla Cristianità
latina: fra Pacomio e Benedetto da Norcia” e infine
Mons. Claudio Palumbo sul tema "Reformatio
Ecclesiae in capite et in membris". il contributo di Pietro del Morrone/
Celestino V alle emergenze ed attese della Chiesa Tardomedioevale.
Ha coordinato e concluso il convegno Mons. Angelo Spina,
Vescovo di Sulmona-Valva. E’ stata una bella occasione per approfondire
il tema “La spiritualità celestiniana e l’eredità d’Occidente
e d’Oriente”, da cui è emersa la figura di un uomo, di un cristiano,
di un religioso, di un Pontefice fortemente spirituale e umano. Interessante
soprattutto l’intervento di mons. Claudio Palumbo che
nella sua relazione ha individuato nel lungo periodo della vita eremitica
di Celestino V due realtà, apparentemente contraddittorie, che si intersecano
costantemente: la vita passata in solitudine, un fuggire continuo per
i monti e il quotidiano andare della gente da vicino e da lontano, il
suo paziente ascoltare. Due realtà che si attraggono a vicenda che sfociano
in una “santità eremitica”. La vita di Pietro Celestino
è una vita passata in meditazioni in luoghi isolati, in celle sparse su
monti impervi, tra sofferenze, astinenze, digiuni e preghiere. Il suo
vestiario è molto semplice, veste infatti abiti vili, usa i calzari solo
quando viaggia; digiuna quotidianamente tranne la domenica, dorme su tavole
e usa per cuscino una pietra. Cinque quaresime scandiscono il suo anno
liturgico; quaresime anche spirituali, infatti al digiuno univa la penitenza
con il cilicio che gli provocava ferite spesso verminose. Il suo animo
introverso e meditativo sapeva però aprirsi all’accoglienza del prossimo,
dei più bisognosi. Spesso quando erano troppe le persone che accalcavano
l’eremo in cui si trovava cercava di mettersi in posizioni in cui poteva
essere visibili a tutti. Accoglieva ogni persona con affetto e gentilezza
anche se riceveva le donne con molta prudenza, atteggiamento che però
non deve considerarsi misoginia.
I rapporti che istaura sono dei veri e propri rapporti di autentica comunione
che non si ferma alla guarigione fisica ma si prolunga e consolida con
la direzione spirituale, con la cura dell’anima e spesso anche con un
aiuto materiale, che Pietro compie con estrema riservatezza. Una vera
e propria santità eremitica che lo porta ad avere verso i poveri parole
di comprensione ed esortazione: da un lato li spinge a sopportare la condizione
di povertà senza mormorazioni per conquistare le ricchezze della vita
eterna, mentre dall’altro li esorta alla recita frequente del Padre Nostro
e alla vita di preghiera e santificazione. Allo stesso modo i ricchi e
i potenti sono esortati a non fondare la loro speranza sull’effimera gloria
del mondo e sui beni corruttibili ma sono invitati a cercare di mantenere
la loro anima libera da ogni vincolo materiale e prettamente terreno,
praticando l’elemosina con il cuore. Tutta la vita eremitica di Pietro
del Morrone è quindi un forte richiamo alla preghiera personale; il suo
forte ascendente spirituale è emanazione del carisma della sua persona
che sconvolge le coscienze e le avvicina a Dio, tanto che per le persone
che lo cercano diviene testimone dell’aldilà e del trascendente. Questo
suo caritatevole concedersi interamente agli altri non va però a discapito
della sua vita di solitudine e meditazione; non mancheranno mai, infatti,
momenti in cui si ritrova in solitudine con Dio e ciò è possibile solo
perché Celestino V non considera il ricevere molte persone, il fermarsi
prolungato a parlare con loro come un momento in cui fare salotto, ma
come un vero e proprio momento di comunione e di aiuto fraterno.
Notevole
però è anche il contributo che Pietro del Morrone offre come Papa alle
emergenze ed esigenze della chiesa del tempo.
Il significato della sua elezione, il suo breve pontificato nella storia
spirituale dell’occidente ha un valore ed un significato che va ben al
di là dei pochi e contestati mesi della sua durata. La sua elezione, avvenuta
dopo un lungo conclave il 5 luglio del 1294, era il frutto
di una spinta proveniente dalla religione popolare che attendeva sulla
scia di un profetismo ormai diffuso nell’aria un “papa angelico”,
un’ irruzione del soprannaturale nella storia che indicasse la via di
una Chiesa santa. Molti, però, basandosi sull’oggettività dei fatti contestavano
“l’irruzione del soprannaturale” nel pontificato di Celestino
V, tentando così di sminuirlo, ma la percezione e il sentimento di molti
suoi contemporanei non fu questa. La sua elezione fu come la speranza
dell’unica via d’uscita da quella situazione che si stava creando tra
gli uomini di chiesa buoni e giusti ed altri che non lo erano. Nel decreto
di elezione a papa, infatti, i cardinali si dicono quasi ispirati da Dio
nel dare il loro consenso unanime, escludendo così ogni intervento politico
nella decisione della sua elezione. Papa Celestino V è stato scelto dal
popolo, da quel popolo che in precedenza piangeva quando Pietro lasciava
un eremo, con l’assurda convinzione che anche Dio li abbandonava, ma che
ora è contento per la partenza di Pietro per il papato; essi infatti sapevano
che finalmente giungeva presso la suprema sede apostolica un uomo che
sempre si era adoperato e reso disponibile alle loro esigenze.
Alle esigenze ed attese della Chiesa tardo medievale, infatti, Pietro
del Morrone offre l’esempio e il contributo di tutta la sua vita; tutto
di Dio e tutto degli uomini.
La sua esistenza è una solenne riaffermazione del primato dell’essere
sul primato del fare; nel giusto equilibrio di questo rapporto si giocano
le sorti esistenziali della vita dei singoli e delle società, anche della
nostra società sempre più edonista e relativista.
Giunto al pontificato Papa Celestino V, anima ardente e vibrante di una
religiosità pura e semplice, rappresentava una corrente profondamente
orientata al misticismo ma ben conscia del dovere di riformare la Chiesa
purificandola dalle componenti troppo umane. Celestino V non propone alla
Chiesa delle dottrine, ma opera dei segni profetici che aprono il futuro;
pur se umanamente sconfitto il Papa sannita ha posto la Chiesa su un binario
da cui non sarebbe più uscita.
La bellezza di Celestino Papa è la sua generosità, il suo amore, il suo
voler bene ai contadini, agli umili, ai pastori; un mondo che gli va in
contro e che lui riunisce in cooperative, dandogli la coscienza civile
e sociale di non essere sudditi a nessuno ma di essere alti, importanti
ognuno per quello che è agli occhi di Dio Padre.
Di notevole spessore è stata anche la conclusione di Mons. Angelo
Spina, Vescovo di Sulmona Valva, che ha preso un’immagine
come metafora di quanto detto: oriente ed occidente, luce e tenebra, entrambe
facenti parte dello stesso mistero; non capiremmo la bellezza e l’importanza
della luce se non avessimo la percezione delle tenebre. Oriente ed Occidente
si illuminano a vicenda e si fondono per farci comprendere a fondo la
figura di San Pietro Celestino. Ma in realtà chi è Pietro Angelerio?
San Pietro del Morrone , ha detto Mons. Spina, è come quella pioggia sottile
sottile, come quelle goccioline sospese nell’aria dopo il temporale; non
sono più pioggia, né acqua che batte forte , non sono cadute sulla terra,
né sono ancora ritornate in cielo. Sono sospese tra cielo e terra, sono
NIENTE. Ma questa nullità, questa inconsistenza attraversata
da un raggio di sole offre un meraviglioso spettacolo dinanzi al quale
tutti restano incantati: l’arcobaleno. Ecco San Pietro Celestino è questo:
un umanità cosi fragile, esile, ma tesa fortemente alle cose spirituali;
una tensione enorme che si lascia “trapassare” dalla luce di Dio, come
un’anima che accoglie tutto. Ed è proprio perché accoglie tutto che è
in grado di ridare tutto. Come la montagna che durante l’inverno raccoglie
tutte le acque, le imprigiona nelle sue viscere per restituirle poi come
fresca sorgente zampillante nei giorni d’arsura. Celestino V è quindi
un santo che sa dire anche all’uomo di oggi il segreto della via stretta
che porta a Dio.
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