Omelia della prima visita a Venafro, 26 Giugno '07

Fratelli e sorelle carissimi,

Domenica 24 ho “preso possesso” -così si dice giuridicamente- della Diocesi di Isernia-Venafro. Tradotto vuol dire che dal momento del passaggio del pastorale, segno della dimensione di guida che ben caratterizza la missione del vescovo, sono stato immesso nella piena responsabilità di pastore di questa Chiesa locale.

All’ingresso della cattedrale, un gruppo di giovani, agitava un cartello che diceva presso a poco cosi: “vogliamo stare con te sulla barca”: un chiaro riferimento al mio stemma episcopale che riporta la “liburna”, piccola imbarcazione romana, evocante sia san Paolo che arriva a Pozzuoli dove trova una comunità di “fratelli”, cioè di cristiani, sia la Chiesa rappresentata come una nave che, in mezzo alle onde a volte burrascose, supera ogni tempesta per approdare -con la guida dell’unico pastore, il Signore Gesù - al porto sospirato.

Ora celebro a Venafro la prima Eucaristia dopo aver venerato le reliquie dei Santi Patroni Nicandro Marciano e Daria, e sostato in preghiera davanti al loro sepolcro.

Le letture di oggi sono tratte dalla messa di Maria Madre della Chiesa. Maria viene presentata nel brano degli Atti degli Apostoli come l’icona della discepola in preghiera.

Nella preghiera riceve l’annuncio dell’Angelo;

nella preghiera dona a noi il Salvatore;

nella preghiera offre al Padre il suo Figlio crocifisso;

nella preghiera sostiene gli Apostoli e i discepoli nell’attesa dell’effusione dello Spirito Santo.

 

«Ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea» racconta Giovanni. Conosciamo benissimo il brano delle nozze di Cana: il rischio di quanto si suppone conosciuto è quello di non apprezzare abbastanza lo specifico del racconto.

«Non hanno più vino… che importa a me e a te, donna. Non è ancora giunta la mia ora». Nell’apparente durezza della risposta Gesù afferma invece l’identità di vedute con la Madre, che non contraddice il Figlio. L’ora di Maria coincide con l’ora di Gesù. «Fate quello che vi dirà». Cosa vuol dire per noi? Cosa significa fare quello che Gesù ci dice? Vuol dire compiere la volontà del Padre nella nostra vita. Credo che noi tutti siamo pienamente convinti che non basta un’adesione formale al cattolicesimo per dirci veramente cristiani.

Sant’Ignazio di Antiochia con la celebre frase: «…che io sia deciso non solo nel parlare ma anche nel volere, perché non solo sia detto “cristiano”, ma sia anche trovato tale» (s. Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani 3,1), in maniera lapidaria definisce i parametri nei quali ci si inserisce nella nuova dimensione della Chiesa senza i quali si resta legati alla logica dell’apparire.

Sant’Agostino sottolineava questo pericolo ai suoi fedeli che -come anche noi oggi- rischiavano di essere cristiani solo a parole: «Noi lodiamo il Signore in chiesa quando ci raduniamo. Bada che tralasci di lodare Dio quando ti allontani dalla giustizia e da ciò che a Lui piace. Infatti se non ti allontani mai dalla vita onesta, la tua lingua tace, ma la tua vita grida e l’orecchio di Dio è vicino al tuo cuore» (s. Agostino, Commento ai salmi, Sal 148, 1-2).

E san Gregorio Magno, nel commento al libro di Giobbe, (Lib 23, 24) mirabilmente sintetizza in un brano della lettera a Tito quanto egli ha sperimentato: «Quando Paolo dice al suo discepolo: “Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità” (Tt 2,15), non chiede un atteggiamento autoritario, ma piuttosto l’autorità della vita vissuta. Si insegna infatti con autorità quando prima si fa e poi si dice. Si sottrae autorità all’insegnamento quando la coscienza impaccia la lingua. Perciò è assai raccomandabile la santità della vita che accredita veramente chi parla, molto più dell’elevatezza del discorso» (s. Gregorio Magno, Commento al libro di Giobbe, Lib 23, 24).

Siamo chiamati alla Santità nonostante i nostri limiti, i nostri peccati e l’orgoglio che ci impedisce di riconoscerli. E’ bello essere cristiani perché siamo pieni di speranza, perché siamo felici che il Signore è entrato nella nostra vita e la rende degna di Lui, degna di essere vissuta nella vocazione alla quale ci ha chiamati. Superare la dicotomia tra fede e vita, eliminare in noi la schizofrenia tra quello che diciamo di credere e la vita veramente vissuta, è il piano che ogni cristiano deve progettare, e noi questa sera vogliamo, con l’aiuto di Dio, realizzare. E quando ci sentiremo -pastori e fedeli- impreparati, talvolta indegni, sentiremo vicino il materno sostegno di Maria, esperta dello Spirito, che ci invita a fare quello che ci dice il suo Figlio. Se lo faremo, potremo sperimentare in noi il miracolo di Cana con il quale Gesù dà inizio ai suoi miracoli e i suoi discepoli credono in lui. Sperimenteremo infatti in noi il cambiamento da cristiani “dell’apparire” a cristiani “dell’essere”, da persone che si accontentano della mediocrità, a seguaci di Cristo coscienti della necessità del dono totale di sé.

La Chiesa di Isernia -Venafro ha in comune con quella di Pozzuoli l’onore di avere come patroni dei Santi Martiri, cioè veri testimoni fino all’effusione del sangue.

Che il Signore ci doni di saper accogliere l’invito di Maria; che il Signore ci doni la forza di imitare i martiri nostri Patroni; che il Signore conceda alla nostra Chiesa la gioia di sperimentare, come Maria, le grandi opere del suo amore.