8 dicembre 2008

ORDINAZIONE PRESBITERALE DI FRA ENZO FALASCA

Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te”. Il saluto dell’Arcangelo è risuonato in questa nostra festosa assemblea riportandoci nella silenziosa atmosfera, pervasa di mistero, della povera casa di Nazareth.
La presenza del Signore è pienezza di Grazia in Maria. Per questo deve rallegrarsi.
Oggi, carissimi fratelli e sorelle, celebriamo l’allegrezza di Maria, la tutta bella, la tutta santa, la preservata dal peccato, l’Immacolata.
Celebriamo il “rallegrarsi” che si fa accoglienza e dono.
Nel contesto del tempo dell’Avvento, la solennità congiunge l’attesa messianica e il ritorno di Cristo con la memoria di colei che, scelta come Madre, si fa serva del Signore, immagine autentica del vero discepolo. Alla disobbedienza di Eva fa riscontro la totale obbedienza di Maria al progetto divino: “Ecco la serva del Signore”.

Farsi servi, come Maria, nel totale affidamento al progetto di Dio che vuole il nostro bene e desidera che “tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità” (I Tm 2,4) è la nostra vocazione.
San Paolo nel brano della seconda lettura di oggi tratta dalla lettera agli Efesini, sottolinea la chiamata alla santità di tutti i credenti in Cristo.“In Lui - dice Paolo - Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità, predestinandoci a essere per Lui figli adottivi mediante Gesù Cristo”.
Figli adottivi mediante Gesù Cristo. Abbiamo bisogno di Lui, solo in Lui possiamo diventare santi e immacolati nell’amore. Ma Lui vuole la nostra collaborazione, vuole salvare il mondo con le nostre mani.

Carissimo fra Enzo,
hai voluto riportare nel biglietto d’invito alla tua ordinazione sacerdotale una bella riflessione di Papa Benedetto: “Nel gesto dell’imposizione delle mani da parte del vescovo è stato il Signore stesso ad impormi le mani. Egli ha preso possesso di me dicendomi: «Tu mi appartieni». Ma ha anche detto: «Tu stai sotto la protezione delle mie mani. Tu stai sotto la protezione del mio cuore. Tu sei custodito nel cavo delle mie mani e proprio così ti trovi nella vastità del mio amore. Rimani nello spazio delle mie mani e dammi le tue» … Il Signore ci ha imposto le mani e vuole ora le nostre affinché nel mondo, diventino le sue”.
Portare a tutti la Parola di Gesù: non c’è nulla di più bello. Portarla con gioia: non c’è altro modo per testimoniarla. Il centro della missione del sacerdote è questo: “annunciare e testimoniare la gioia”. Il nostro popolo, i nostri giovani, i ragazzi, le ragazze, devono vederci felici di aver donato la vita a Gesù, di non avere altro amore che Lui, e per questo essere capaci di amare tutti senza legarci a nessuno. È questa la più grande e bella predica che possiamo fare.
Nella nostra diocesi le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata hanno sempre scarseggiato e al momento non abbiamo nessun giovane, proveniente dalla nostra terra, che abbia manifestato il desiderio di incamminarsi sulla via del sacerdozio. Se noi sacerdoti saremo veramente appassionati dell’unico nostro Signore e Maestro, se dalla nostra vita trasparirà, nonostante i limiti e le povertà, che Lui solo riempie il nostro cuore e per questo siamo felici, appassioneremo anche i giovani e la nostra vita diventerà una continua animazione vocazionale.

Il contesto sociale nel quale noi oggi viviamo, viene definito da qualcuno post-cristiano: si idealizza una umanità che pretende di essere autosufficiente - come Adamo - desiderosa di realizzare i propri progetti da sola, illudendosi nel basare le proprie certezze su quelle che vengono chiamate le “scienze pratiche” considerate come unico modello di conoscenza. Una umanità che soggettivizza e privatizza l’esperienza religiosa riducendola a mera opzione intimista non essenziale né determinante per le scelte fondamentali dell’esistenza; ci credi o no non cambia nulla. La scrittura ci racconta invece che Adamo è costretto a fare l’esperienza della nudità, cioè del riconoscimento del proprio sostanziale limite; alla domanda di Dio “dove sei?” risponde: “Ho avuto paura e mi sono nascosto”.
Anche l’uomo contemporaneo, nonostante la presunzione e l’orgoglio, fa spesso l’esperienza del limite, ha paura e si nasconde. La domanda del Signore è un atto di premura e d’amore. Egli sa dov’è la sua creatura, è l’uomo che non sa più dove si trova perché nel peccato smarrisce se stesso. Dio mettendolo di fronte alle sue responsabilità gli fa ritrovare l’immagine autentica che tanto somiglia a Colui che l’ha creato, gli apre la conoscenza della verità che fa gioire, ma a volte anche soffrire, e che l’uomo tenta di non vedere coprendola con la paura, l'interesse, l'egoismo.

Sua Santità Benedetto XVI, il 29 novembre scorso, incontrando i vescovi, i sacerdoti educatori e i seminaristi dei seminari regionali della Puglia, Marche e Abruzzo Molise, - c’eravamo anche noi col seminario di Chieti - rivolgendosi ai seminaristi, dopo aver sottolineato che i sacerdoti sono chiamati a “seminare a larghe mani la Parola di Dio che porta in sé la vita eterna” affermava: “Certamente, per diverse ragioni, oggi è diventato sicuramente più difficile accogliere la Verità che è Cristo, sempre più difficile spendere la propria esistenza per la causa del Vangelo. Tuttavia, come la cronaca quotidianamente registra, l’uomo contemporaneo appare spesso smarrito e preoccupato per il suo futuro, in cerca di certezze e desideroso di punti di riferimento sicuri. L’uomo del terzo millennio, come del resto di ogni epoca, ha bisogno di Dio e lo cerca talora anche senza rendersene conto. Compito dei cristiani, in modo speciale dei sacerdoti, è accogliere quest’anelito profondo del cuore umano ed offrire a tutti, con mezzi e modi rispondenti alle esigenze dei tempi, l’immutabile e perciò sempre viva e attuale Parola di vita eterna che è Cristo, Speranza del mondo”.

Carissimo fra Enzo,
a quest’uomo in perenne contraddizione tu porterai Cristo, Speranza del mondo. A quest’uomo col quale condividi il cammino della tua storia, al quale sei tanto simile quanto a debolezza ma insieme così diverso perché - tra poco - unto nello Spirito Santo, intrinsecamente reso “alter Christus”, donerai la Parola di Gesù e lo santificherai con la potenza dei sacramenti che “in persona Christi” amministrerai: sarà Gesù stesso tramite la tua persona che battezzerà, perdonerà i peccati, si offrirà nel pane e nel vino consacrati, santificherà l’amore degli sposi, accompagnerà e conforterà i morenti.
Oggi vivi un momento fondamentale del cammino iniziato tanti anni or sono, un cammino che ti ha portato, come si dice, a seguire Gesù più da vicino. Anche gli apostoli, chiamati da Lui, seguivano Gesù “da vicino”, stavano sempre con Lui.
Tutti e tre i sinottici riportano a questo proposito l’interessata domanda di Simon Pietro: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?»
E tutti e tre riportano ugualmente la risposta di Gesù, “riceverete cento volte tanto” (cfr. Mt 19, 27-29; Lc 18, 28-30): «In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva gia al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, (e qui solo Marco aggiunge) insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna (Mc 9, 29-30). Insieme a persecuzioni. Tanta gioia ma insieme alla croce.
È il destino, la vocazione della Chiesa, particolarmente la vocazione degli apostoli.

Gioia e dolore, allegrezza e persecuzioni. La croce portata non solo nei paesi cosiddetti di missione - ma ormai ogni parte del mondo è terra di missione - non solo nei paesi dove i credenti in Cristo subiscono ancora il martirio, perdono fisicamente la vita, ma anche in Europa dove una certa laicità intesa soprattutto come assenza di sentimenti, tenta di imporre uno stile di vita da inglobare in un’atmosfera surreale e inumana di impossibile asetticità del cuore. Paesi una volta vivacemente cristiani come la Spagna o l’Inghilterra - per citare solo recenti episodi - dove il segno di un uomo crocifisso che parla di amore e di perdono, o quello natalizio di un bambino che nasce in povertà, danno fastidio perché obbligano a interrogarsi e spingono a pensare.
È questo il mondo nel quale siamo chiamati ad annunciare la bella notizia del Vangelo.
È questo il mondo nel quale, come sacerdote, offrirai la tua vita. Dovrai essere capace di dialogare sempre e con tutti. Dovrai imparare ad ascoltare con pazienza senza pretendere di trovare in ogni caso risposte convincenti. Specialmente di fronte al dolore e alla domanda “ma Dio dov’è”? sarai sempre generosamente pronto a confortare, condividendo la sofferenza come ci ha comandato il Signore: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).

Quando parlasti ai tuoi, quando dicesti a tua mamma: scelgo la povertà, ho deciso di lasciare tutto, di vivere da povero, di abbandonare casa, sapevi che avresti trovato altre case e altri - tanti - fratelli e sorelle, molti dei quali oggi riempiono questa chiesa e con te gioiscono per il dono grande del sacerdozio che ti viene trasmesso perché tu trasfonda la Grazia che ti riempirà su tutti coloro che incontrerai? Sapevi questo?
Oggi sai però che la gioia la vivrai anche pagando di persona e portando la croce, come Lui, che ha donato la vita per noi.

La scorsa settimana la televisione ha trasmesso un film su Paolo VI dal titolo “ Il Papa nella tempesta”; il regista racconta l’avventura di questo grande Papa che, raccolta l’eredità di Giovanni XXIII, ha portato a compimento il Concilio e guidato la Chiesa nel momento difficile del cambiamento.
Ma la tempesta non è terminata, la barca di Pietro è ancora agitata dalle onde e anche oggi, e forse sempre, si realizza nella realtà la grandiosa visione del capitolo settimo dell’Apocalisse che presenta la storia del mondo come il luogo nel quale i seguaci di Cristo dovranno sperimentare la prova come “grande tribolazione” e lavare le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello.

Una frase di Paolo VI mi ha sempre accompagnato dagli anni della formazione in seminario fino ad oggi; l’ho già citata al 60° anniversario di sacerdozio di mons. Caroselli, oggi voglio riproporvela: “La chiamata di Cristo è per i forti, è per i ribelli alla mediocrità e alla viltà della vita comoda e insignificante, è per quelli che ancora conservano il senso del Vangelo e sentono il dovere di rigenerare la vita ecclesiale pagando di persona e portando la croce”.

Tra poco, dopo che - di fronte alla Chiesa pellegrina - avrai risposto “sì, lo voglio” agli impegni che comporta l’ordine del presbiterato e aver implorato – prostrato per terra - l’intercessione della Chiesa celeste, in silenzio, prima il vescovo e poi tutti i presbiteri presenti porranno le mani sul tuo capo chiedendo al Signore che effonda il suo Santo Spirito su di te rendendoti partecipe del sacerdozio di Cristo. Il Santo Padre commenta così questo antico e significativo gesto del Rito dell’Ordinazione (Il testo più ampio dell’omelia del Papa lo trovate nelle pagine iniziali del sussidio liturgico che vi è stato consegnato e col quale seguite questa celebrazione) dice il Papa: “In quella preghiera silenziosa avviene l’incontro tra due libertà: la libertà di Dio, operante mediante lo Spirito Santo, e la libertà dell’uomo. L’imposizione delle mani esprime plasticamente la specifica modalità di questo incontro: la Chiesa, impersonata dal Vescovo in piedi con le mani protese, prega lo Spirito Santo di consacrare il candidato; il diacono, in ginocchio, riceve l’imposizione delle mani e si affida a tale mediazione”.
Con l’abbraccio che scambierai con tutti gli altri sacerdoti viene manifestata non solo la gioiosa accoglienza da parte del presbiterio ma - in te - anche la chiara consapevolezza di far parte - con gli altri sacerdoti - di una sola famiglia, il desiderio di crescere nell’amore vivendo da fratelli nella piena condivisione della missione da affrontare insieme, nella stima e nell’amicizia che ogni giorno dovranno essere consolidate attraverso il confronto sincero, la correzione fraterna, l’aiuto generoso nelle difficoltà.
Cari fedeli, amate i vostri sacerdoti, amate ogni sacerdote, non solo l’eletto che tra poco lo diventerà, non solo il vostro parroco o il sacerdote amico. Pregate per loro, offrite i vostri sacrifici e le vostre sofferenze perché siano fedeli collaboratori di Cristo che li ha scelti perché siano il prolungamento della sua opera di salvezza.
Sull’esempio della Vergine Santissima, nel particolare clima dell’Avvento, scopriamo la dolcezza dell’intimità divina; alla scuola di Maria impariamo l’umiltà, sul suo esempio viviamo l’abbandono alla volontà divina, sperimentiamo il “farci servi per amore”.

E Tu, Madre nostra, Madre della Chiesa, Madre dei sacerdoti fa’ che tutti sentiamo la tua presenza amorevole, fa’ che sperimentiamo la tua tenerezza. Tu, preservata da ogni colpa, rivolgi il tuo sguardo a noi che portiamo le ferite delle nostre colpe. Lenisci le lacerazioni del peccato, rimargina le nostre piaghe perché insieme, sacerdoti e fedeli, diventiamo generosi collaboratori del progetto d’amore di tuo Figlio.