Omelia dell'ingresso in Diocesi, 24 Giugno '07

Carissimi fratelli in Cristo!

Il 5 aprile scorso - giovedì santo - giorno della pubblicazione della mia nomina a vescovo di Isernia-Venafro, vi inviavo il primo messaggio di saluto: in esso vi manifestavo i sentimenti del mio animo: la piena consapevolezza della mia inadeguatezza di fronte al compito affidatomi dal Santo Padre e, insieme, la certezza dell’assistenza della Grazia divina.

Sua Eminenza il Cardinale Giovanni Battista Re, il 2 giugno - nella sua omelia alla celebrazione dell’ordinazione episcopale - ci ricordava tra l’altro che “il vescovo ha il compito di aiutare innanzitutto a dare a Dio il posto che gli compete, cioè a metterlo al centro della propria vita”.

In questa prima eucaristia che celebro con voi nella solennità di San Giovanni Battista, desidero, insieme con ciascuno di voi, ricordare la fedeltà del Signore che “ha fatto per noi grandi cose”. Lo stupore dei presenti all’evento della nascita del Battista “che sarà mai questo bambino?” dicevano, riafferma la convinzione che Dio non abbandona il suo popolo ma manifesta la sua grandezza nel suo amore misericordioso. L’angelo, nell’annuncio a Zaccaria, ordina di chiamare il figlio che gli nascerà col nome di “Giovanni” che significa “Dio fa grazia”; anche nel nome Giovanni sarà un perenne richiamo alla misericordia dell’onnipotente che, per amore, manderà il proprio figlio – che sarà chiamato Gesù – cioè “Dio salva”.

Nel brano degli Atti oggi proposto alla nostra riflessione, Paolo ricorda che “Giovanni aveva preparato la venuta (di Gesù) predicando un battesimo di penitenza”.

Per mettere Dio al centro della nostra vita è necessario innanzitutto sgombrarla di tutto quanto può essere di impedimento alla sua venuta. Per essere “casa di Dio”, “tempio dello Spirito”, “dimora della Trinità” è indispensabile eliminare gli ostacoli che pone il peccato. I residui del male antico: l’orgoglio, l’infedeltà, l’autosufficienza, impediscono alla Grazia di rinnovarci. L’uomo, nella sua libertà, ha purtroppo la tremenda possibilità di opporsi all’amore infinito del Creatore. E’ il dramma dell’esperienza storica della Chiesa, santificata dal sangue di Cristo Redentore, ma sempre bisognosa di conversione. “La Santa Chiesa degli eletti – scriveva san Gregorio Magno (Commento al libro di Giobbe, lib. 29,4) – sarà in pieno giorno quando ad essa non sarà mescolata l’ombra del peccato”. Nel frattempo, nel tempo della storia, siamo sempre in combattimento tra l’attaccamento alla terra e la nostalgia del cielo, tra il peccato che ti trascina e ti affossa e la Grazia che ti innalza e ti libera.

Senza un’autentica conversione non comprendi e non entri nel mistero di Dio: come Giovanni, la Chiesa annuncia a se stessa e al mondo la necessità della conversione, la gioia del perdono, il tempo nuovo del suo Signore crocifisso e risorto.

Carissimi confratelli nel sacerdozio,

a tutti i battezzati è affidato il compito dell’evangelizzazione ma a noi soprattutto è dato il ministero della santificazione: siamo chiamati - con il popolo affidato alla nostra cura pastorale – a tendere verso la santità. Cristo deve essere il centro della nostra vita, i nostri fedeli devono accorgersi che nella nostra vita Gesù ha il primo posto, dobbiamo tentare ogni mezzo per realizzare comunità vive dove è bello incontrarsi, dove si respira aria pulita, dove si sente la palpabile presenza del Signore, dove si fa esperienza di carità, esercizio di donazione incondizionata e senza limiti. Le nostre parrocchie devono diventare sempre più luoghi di corresponsabilità tra laici e presbiteri luoghi di incontro e di accoglienza perché il Regno di Dio cresca nel nostro mondo che sembra diventato arido e insensibile, sordo o disinteressato all’annuncio del vangelo. S. Agostino nel mirabile Discorso che oggi noi sacerdoti abbiamo meditato nella Liturgia delle ore, ricordando la risposta del Battista a coloro che gli domandavano “chi sei?”,“Io sono voce di uno che grida nel deserto” (Gv 1,23), afferma: “Voce è Giovanni, mentre del Signore si dice: “In principio era il Verbo” (Gv 1,1). Giovanni è voce per un po’ di tempo, Cristo invece è il Verbo eterno fin dal principio” (Discorso 293, 3).

Giovanni è la voce, Gesù è la Parola. La voce tace quando giunge la Parola. Il profeta diminuisce, cresce Cristo. Non siamo chiamati a proporre noi stessi, non dobbiamo predicare altro che “Cristo crocifisso”, dobbiamo sempre anteporre al successo personale il servizio della verità che è Gesù.

Nella citata omelia della mia consacrazione episcopale il celebrante concludeva la sua riflessione con queste parole: “Ti sia di conforto la certezza di avere ubbidito alla chiamata del Signore e di sapere che dalla grazia di Dio e dal sostegno che avrai dai tuoi sacerdoti, ti verrà l’aiuto necessario per far fronte ad ogni sfida”.

Penso che voi tutti comprendiate che il vescovo ha bisogno del sostegno del suo presbiterio. Un presbiterio che deve esprimere il carisma dell’unità nell’amore vicendevole e nel fraterno aiuto, convinto che se ognuno si compiace solo della propria esperienza – anche se oggettivamente positiva – si possiede solo una parte della verità. Che i fedeli laici vedano che i loro sacerdoti si vogliono bene e che gareggiano nello stimarsi a vicenda, disponibili ad accogliere e condividere quanto di bene può venirci dagli altri.

“Il sacrificio più grande da offrire a Dio è la nostra pace e la fraterna concordia” affermava san Cipriano (Trattato sul Padre nostro, 24).

Nel brano di Isaia – è la seconda parte del libro che gli studiosi definiscono come “Canti del servo del Signore” – inquadrabile intorno alla fine dell’esilio babilonese, il profeta sottolinea il profondo legame tra Dio e il suo servo per il coinvolgimento di tutta la terra nell’annuncio della salvezza operata dal Signore.

E’ lui che chiama, che pronuncia il nostro nome, che ci protegge nascondendoci all’ombra della sua mano, che ci rende freccia appuntita. Ogni nostro operato acquista senso solo in lui. L’evangelizzazione è possibile nella misura in cui la Parola che viene proclamata è vissuta. Ma chi potrebbe essere degnamente evangelizzatore? Forse nessun uomo. Isaia può dire all’inizio della sua missione: “eccomi, manda me” solo dopo che l’angelo gli ha purificato le labbra col tizzone di fuoco preso dalla brace dell’altare (cfr Is 6, 6).

Difficoltà contraddizioni, sofferenze, umiliazioni possono rallentare il nostro cammino ma chi confida pienamente nel Signore non manca di nulla. Paolo in un momento di grande difficoltà della sua vita confida ai Corinzi: “Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono perché nessuno possa gloriarsi davanti a Dio” (cfr 1 Cor 1, 27-29). “Quando sono debole è allora che sono forte” (“ Cor 12, 10).

Carissimi fratelli e sorelle.

Pregate per i vostri sacerdoti, che siano santi come è santo il nostro Dio; pregate perché il Signore della messe faccia nascere e crescere vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa, pregate perché mandi santi sacerdoti alla nostra Chiesa.

Pregate perché il carisma della vita religiosa fiorisca e si purifichi mediante un retto discernimento.

Pregate perché le vocazioni ai ministeri ordinati e istituiti siano vere vocazioni al servizio, libere da ogni personalismo, compromesso o tentazione clericale.

Pregate perché i giovani, portatori di speranza, siano fieri di donare la loro giovinezza al Signore.

Pregate anche per me, perché sia capace di guidare la Santa Chiesa di Isernia-Venafro e offrite la mia vita per la mia e la vostra salvezza. Amen!